Nel corso della mia vita non sono
mai stato molto alla moda o di tendenza. A ben vedere, devo ammettere, raramente ho varcato la soglia della decenza in fatto di cura dell’aspetto
estetico, scelta dei vestiti ed accessori adottati.
Sono innumerevoli gli esempi di
scelte errate o “fuori tempo” che ho compiuto più o meno inconsapevolmente ed
ognuna di queste è stata redarguita, corretta od eliminata da una delle persone
che, in quel presente, faceva parte del mio gruppo sociale o familiare.
Poco più che decenne, tutta la
combriccola di amichetti, che gravitava nella mia stessa via e nelle zone
limitrofe, era dotata di skateboards. Ruote fluorescenti, attacchi da
competizione, grip tapes e tavole aerografate
erano gli argomenti più gettonati. Io conoscevo solo marginalmente quel mondo
di diversità su 4 ruote ed i miei tentativi di governare una di quelle
traballanti assi di legno erano sempre finiti, dopo un paio di metri, con diverse
escoriazioni. Percepivo la distanza che si frapponeva tra me e gli altri ragazzi,
dovuta al fatto che fossi l’unico a presentarsi ogni pomeriggio su una banale bicicletta.
Convinsi i miei genitori che la mia esistenza non sarebbe potuta essere felice
con, parole testuali, “solo due ruote” e mi portarono, nonostante il loro
scetticismo, in un negozio di sport. Non ricordo come ma, sul concetto del
basso numero di ruote da me espresso, genitori e commerciante mi convinsero ad
acquistare uno stupendo paio di pattini a rotelle.
Il giorno seguente mi
presentai al gruppo su, addirittura, 8 ruote di colore rosso acceso, in tinta
con paragomiti, ginocchiere e caschetto, senza cui mia madre non mi avrebbe
permesso di uscire. Quanto mai stupiti, i miei amici mi fissavano mentre mi
avvicinavo. Dopo essermi poco elegantemente fermato arpionandomi al palo della
luce più vicino a loro, mio cugino si avvicinò a me, sorridente. Immaginavo già
suonare nelle orecchie un “Bella Lù!” esclamato mentre ci stringevamo le mani
con quella complicata serie di gesti, studiata dal gruppetto di skaters, che io
non avevo mai imparato. Ne ricevetti una ginocchiatina sulla coscia (la
vecchia) ed un poco complice “Pattini eh?! Sfigato!”. Abbandonai in un angolo
del garage le rotanti calzature, costate 300000 lire, per tornare alla meno
esiliante bicicletta.
Tra i 18 ed i 19 anni, fui
chiamato alle armi. Un formante e divertente periodo di 10 mesi fatto di
divise, marce, poligoni di tiro, esplosivi, ponti e rasoi. Il mio volto ancora
fanciullesco aveva da poco iniziato a coltivare qualche tenace pelo ma il
rigore militare mi imponeva, ogni mattina, di radere l’allora rada peluria.
Come si sa, questo rinforzò e rinvigorì la barba ed agli ultimi mesi del
servizio di leva potei concedermi, sia per i peli ormai folti che per
anzianità di servizio, una sorta di pizzetto sotto il mento.
I superiori storcevano il naso ma tolleravano questo sgarro alle regole, purché moderato. Io, non avendo mai avuto la barba prima di allora, sentivo tutto il peso di desideri inespressi. Baffoni, pizzetti e barbe incolte stuzzicavano la mia immaginazione e sapevo che una manciata di settimane mi separavano dalla possibilità di sperimentare quelle fantasie. Arrivò il congedo ed il definitivo rientro a casa. Quei mesi di privazioni spingevano sull’acceleratore del mio bisogno di infrangere tutte le regole sotto cui ero lungamente vissuto. Lasciai esplodere il bisogno di crescere di quella tosta e corvina peluria e mi decisi.
I superiori storcevano il naso ma tolleravano questo sgarro alle regole, purché moderato. Io, non avendo mai avuto la barba prima di allora, sentivo tutto il peso di desideri inespressi. Baffoni, pizzetti e barbe incolte stuzzicavano la mia immaginazione e sapevo che una manciata di settimane mi separavano dalla possibilità di sperimentare quelle fantasie. Arrivò il congedo ed il definitivo rientro a casa. Quei mesi di privazioni spingevano sull’acceleratore del mio bisogno di infrangere tutte le regole sotto cui ero lungamente vissuto. Lasciai esplodere il bisogno di crescere di quella tosta e corvina peluria e mi decisi.
Andai dal parrucchiere, che mi
aveva visto crescere in quel piccolo paesino, e tornai a casa con delle meches
bionde ai capelli ed un lungo pizzetto giallo paglierino.
Orgoglioso di quella sfavillante
rivoluzione, andai al bar, luogo di ritrovo della mia compagnia, sperando di
incontrare la ragazza che in quel periodo mi faceva girare la testa (ed anche
un po’ le palle considerando i suoi tira e molla). Lei, delicatamente austera,
sedeva su una panchina dandomi le spalle. Approfittando delle paresi che
sembravano aver colpito gli amici, ammutolitisi alla mia vista, da dietro
coprii delicatamente gli occhi di Chiara e, camuffando la voce, le chiesi “Chi
è?”. “Matteo?” disse lei. Io, cardicamente ferito, mi buttai davanti a lei e
con una nota di leggero disappunto dissi “Sono il Luca!” e lei rispose “No, tu
sei una capra. Con quel coso giallo sotto il mento sembri proprio una capra.”
ed aggiunse “Va’ che gli anni ’80 sono finiti da un pezzo… per fortuna”. Il
giorno stesso lei si mise insieme al mio amico Matteo. Io, a casa, diedi un
taglio a quella situazione.
65000 lire, la spesa del parrucchiere, ed un cuore
spezzato dalla difficile monetizzazione, il risultato.
Nel pieno dell’inverno del 2010,
dopo una lunga, emozionante e produttiva stagione erpetologica, un sentimento
di insoddisfazione si fece strada dentro me. Da un paio di mesi i serpenti, la
mia grande ed unica passione, erano entrati in latenza ed avrei dovuto
aspettare almeno ancora lo stesso tempo prima che questi si decidessero ad
uscire dal loro periodo di ibernazione.
Tutto quel tempo per pensare,
nell’impossibilità di agire, iniziava a corrodermi facendo perdere senso alla mia
vita. Mangiavo a fatica. Mi alzavo già stanco. Piangevo rivedendo le foto
scattate alle vipere nella stagione passata.
Cercavo uno svago, un impegno
fisico che mi occupasse ma non trovavo nulla di stimolante.
Dopo un ennesimo pianto uscii da
casa. Non sapevo cosa fare, non sapevo dove andare. Girai in auto senza scopo e
senza meta. Guidavo ma non ero presente.
Mi chiedevo cosa avrei fatto?
Come avrei occupato le lunghe ore di quel rigido inverno? Non credevo di poter
resistere per altri due mesi prima di sperare anche solo di rivedere un serpente
nel suo ambiente naturale.
L’auto iniziava a singhiozzare e
quegli strattoni erano dei colpi d’ascia alla mia stabilità fisica ed emotiva.
Tarlato in profondità dalle mie debolezze, le radici che mi sostenevano
iniziavano a venire meno e la mia stessa struttura a cedere sotto il suo peso.
La macchina si impianto ed io mi abbattei sul volante.
“Moll cum’na pübia!” (tradotto:
debole come un pioppo) avrebbe detto Franco, un mio vecchio capo giardiniere,
mentre io sentivo il bisogno del sostegno di una contorta e dura radice, come
la radica di una Erica arborea.
Con uno sforzo tremendo mi
sollevai, poggiandomi al sedile. Aprendo gli occhi, l’immagine di fronte a me,
dapprima sfocata, si fece sempre più nitida.
Una graziosa casa di montagna.
Attraverso la grossa portafinestra che dava sulla strada, le calde luci al suo
interno illuminavano un uomo sulla cinquantina seduto su una poltrona di fianco
al camino acceso. La schiena dritta. Il suo sguardo lontano, oltre le pareti, non
era perso, era focalizzato.
Pareva un Buddha, nella sua pace,
o la statua di Abraham Lincoln del Lincoln Memorial, nella sua solidità, ed
avrei potuto anche crederlo una scultura se non fosse stato per le leggere e
regolari boccate che prendeva dalla sua pipa curva tenuta tra le labbra. Ogni
pipata sembrava renderlo più grande, più bello, più determinato. Era forse
proprio quella radica calda dal fornello fumante ad infondergli la forza
d’animo? Era quel pezzo di legno di radice, indurito dal terreno arso dal clima
mediterraneo, a donargli tanta stabilità?
In quell’istante divenne il mio
guru inconsapevole. Rappresentava esattamente quello che avrei voluto essere.
Un tentativo andava fatto.
Rientrata a casa, Adele mi trovò
seduto alla poltrona. Una Dunhill Bruyere Bent Billiard, appena acquistata,
giaceva accesa nella mano sinistra emettendo un debolissimo filo di fumo. Seduto
sulla nostra poltrona migliore, un pezzo di storia dei primi del ‘900, piazzata
di fianco al camino, guardavo in lontananza le sponde novaresi del lago
Maggiore attraverso l’ampia finestra rivolta a sud.
Adele, entrata energicamente
nella stanza, fu rallentata dalla sua titubanza nel vedere quell’immagine
insolita. Mi voltai incrociando il suo sguardo. Una forzata determinazione nel
mio, un immoto stupore nel suo.
“Il pigino!” esclamai.
Lei, come risvegliandosi, “Il
cosa?”
“Dal tabacchino mi hanno detto
che devo usare il pigino!” replicai mentre, posata la pipa sulla cornice di
legno di ciliegio del camino, mi diressi verso lo sgabuzzino per cercare
quell’ammennicolo nella tasca della giacca.
Con l’arnese raccomandato tra le
dita, tornai nella stanza principale. Lungo il tragitto, il forte aroma del
tabacco mi riempiva le narici facendomi pregustare le leggere e regolari boccate
di fumo che avrei preso, sapendo che avrei trovato la mia forza come quell’uomo
della casa di montagna aveva trovato la sua.
Sedetti ed allungai la mano per
prendere la pregiata pipa inglese ma non stavo davvero prendendo lei, stavo
prendendo la mia vita. Niente. Guardai di scatto la cornice del camino. Era
vuota. Mi voltai.
Adele, in piedi di fianco a me
con le braccia conserte, si raschiò la gola, come a schiarire la voce, e mi
fece un leggero cenno con la testa ad indicarmi il camino. Sulla rossa brace scoppiettante,
una piccola palla di fuoco lasciava solo intravedere quelle che, poco prima,
erano le delicate linee della costosa pipa.
Ricacciato in uno stato di
disperazione, riuscii solo a dire, con un filo di voce, “Perché?”.
“Sembravi il nonno di tuo nonno.”,
ne ricevetti per tutta risposta e, come se non bastasse, “Tirati fuori che
c’hai 40 anni e se hai del tempo libero puoi sempre appassionarti
all’aspirapolvere che il pavimento è sporco”. 550 € per la stupenda Dunhill ed
altri due mesi di instabilità emotiva fino al risveglio dei serpenti nella
primavera successiva.
Questi sono solo tre esempi di
come le persone a me care abbiano sempre cercato di riportarmi in riga. Tutto
questo ha un prezzo ma, lo so, l’hanno fatto per il mio bene.
L’ultimo evento di questo genere
è recentissimo.
L’altro ieri un perfetto
sconosciuto è venuto in mio soccorso.
Da pochi giorni avevo acquistato un
portamonete in cocco che tenevo in auto e stava diventando un’ossessione. Adele
lo aveva delicatamente aggettivato “di dubbio gusto”. Era stata invece più
diretta, definendo “vomitevole” l’abitudine che avevo preso di percorrere, con
il polpastrello dell’indice della mano destra, le linee di incisione che
disegnavano, sulla dura superficie vegetale, una donna nuda dai seni
prorompenti.
L’ignoto benefattore deve avermi
visto ed ha pensato di agire. Ha trovato l’auto chiusa ma, determinato ad
aiutarmi, ha pensato bene di strappare il blocchetto della serratura della
portiera anteriore destra. Ha prelevato l’indecente portamonete ed ha
controllato persino nel cassetto dell’auto e nel bagagliaio per verificare che
non ne tenessi altri nascosti. 250 € tra il costo della nuova serratura e del
lavoro di riparazione della carrozzeria.
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