Fin dalle scuole medie inferiori, non sono mai stato bravo a scrivere. La mia insegnante di italiano assumeva un'aria preoccupata ogni volta che mi avvicinavo alla cattedra per consegnare il tema che ci aveva imposto come verifica periodica.
Alle scuole superiori, per i temi, si usava piegare in due il foglio protocollo e solo la colonna di sinistra, così generata, veniva utilizzata per scrivere. Sistematicamente, cercavo di rubare margine piegando prima della mezzeria il foglio, avendo così meno spazio da imbrattare con le lunghe ed articolate frasi che utilizzavo per esprimere concetti semplici.
Ho sempre adorato l'utilizzo degli incisi, con inciso annesso, al cui interno ero in grado di posizionare un terzo grado di incisione (a volte camuffato dalle parentesi), e del punto e virgola; con il resto della punteggiatura tentavo di usare, non senza difficoltà, le regole grammaticali.
Mancavo di fantasia, spesso non conoscevo che marginalmente gli argomenti che dovevo e tentavo di trattare, di norma faticavo a raggiungere il limite minimo di lunghezza dello scritto imposto nella verifica.
Non ultimo per importanza, la mia calligrafia pessima rendeva un compito ingrato ogni tentativo di decifrazione da parte del professore di turno.
Questo carico di pesantezze mi rendeva poco propenso alla scrittura e, se avessi dovuto definire il mio rapporto con questa, non l'avrei certamente associata ad un piacere.
Ora, a distanza di molti anni dalle scuole dell'obbligo, alcune dinamiche sono cambiate. La calligrafia è un font, non subisco correzioni, non devo raggiungere un limite minimo, scrivo quando ne sento il desiderio e tratto gli argomenti che voglio.
Quando mi accade un evento significativo, emozionante o divertente, a volte sento la necessità di raccontarlo. Mi siedo davanti alla tastiera del mio vecchio pc, o della mia ancora più vecchia Olivetti Lettera 22, e descrivo quello che è successo in maniera quanto più reale possibile... o quasi.
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