lunedì 22 agosto 2016

5 anni fa

5 anni fa, la comparsa dei primi peli bianchi nella barba aveva messo a dura prova la mia stabilità psicologica.

Vacillando, sono riuscito a dare un nuovo senso alla mia vita ed accettare questa forma di maturazione, supportato dalla metafora che vuole l’invecchiamento dell’uomo paragonabile a quello del vino. Insomma, un miglioramento.
Una sera di questa primavera, mentre con cura stendevo da una parte all’altra dello scalpo il mio ciuffo all’ultima moda, un capello ribelle si ostinava a disordinare la perfetta leccata di mucca che, degna del miglior riportino, siliconava la capigliatura in un flusso laminare scorrente dall’orecchio destro fino a quello sinistro.
Una serie di decise pettinate, dapprima insistenti ed infine isteriche, tentavano invano di domare il pelo che usciva dal disegno generale poco sopra l’apice del padiglione auricolare sinistro.
Fino alla dura realtà.
Avvicinandomi allo specchio apparve chiaro come il capello, per così dire, non trovasse radice nel cuoio capelluto ma fosse ben piantato sul margine dell’orecchio stesso.
“Come i vecchi!” la frase che iniziava a vorticare nella mente passando da un sussurro ad un urlo disperato. Sempre più forte, sempre più veloce. Trascinato in questa spirale, un senso di vertigine mi colse e, anche fisicamente, con una mezza piroetta stramazzai al suolo.
Nel corso dei mesi il pelo è stato strappato, bruciato, luce pulsantizzato e persino laserato, con il solo effetto di averlo, ogni volta, eliminato in modo assolutamente temporaneo.
Dopo l’ultimo tentativo di eradicazione di circa 15 giorni fa, ieri sera il colpo di grazia.
Il pelo sull’orecchio è spuntato nuovamente… e non è più solo.
Alla vista di questa coppia di neri filamenti crespi sono di nuovo caduto vittima del mantra e sull’onda di una serie infinita di “Come i vecchi!” le tenebre hanno fatto il loro percorso lasciando posto alla luce del mattino.
All’alba, dopo una notte insonne, mi sono alzato ed ho preparato una ricca colazione.
Le parole del mantra si inseguivano così veloci, uniformi e senza pause tanto da snaturarne completamente il senso “comeivecchicomeivecchicomeivecchi….”.
Anche i miei gesti sembravano ormai vuoti, meccanici.
Dopo colazione, con la testa piena di quelle 11 lettere in loop, mi sono cambiato e sono uscito di casa.
Senza rendermene conto, mi sono trovato fuori da un tabacchino con una pipa in radica accesa in un mano ed un pigino con l’impugnatura in osso nell’altra e, come un treno d’epoca, ho iniziato a camminare lasciando dietro di me delle regolari nuvole di fumo grigio.
Una boccata dopo l’altra, sento il mantra nella testa rallentare insieme ai miei passi sull’asfalto ormai caldo di metà mattina.
Non ricordo da quanto stia camminando ma procedo sempre più lento finché i piedi si piantano per terra e nella mente le parole si arrestano.
L’ultima sbuffata di fumo si sta diradando davanti al mio volto e, mentre alzo lo sguardo dai calzini a rombi che si intravedono attraverso i sandali di cuoio che indosso, noto un grosso cartello di “Lavori in corso” solidamente piantato di fronte a me.
Alla mia destra un gruppetto di pensionati osserva gli operai al lavoro. Mentre li guardo, con il fornello della pipa stretto tra pollice ed indice, faccio un cenno di saluto subito ricambiato dagli anziani.
Il mantra “Come i vecchi!”, ormai scomparso, lascia di nuovo libera la mente e penso che alla fine, anche questa volta, è tutta questione di accettazione.
Mi avvicino agli anziani aggiungendo, alle loro, le mie critiche sulla posa dell’asfalto.

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